Le finiture naturali non si scelgono solo perché sono ecologiche e biodegradabili, ma per gli esperti del mestiere diventano spesso una sorta di necessità.“Se devo restaurare un affresco o un decoro a calce devi usare gli stessi prodotti di un tempo”. Marilena Meschiari, della D&D di Carpi, restauratrice di lavori importanti come il Teatro Asioli di Correggio o il Palazzo della Provincia di Reggio Emilia, racconta di quando anni fa, sotto la supervisione attenta di sovraintendenti, sul cantiere mescolava insieme uova, calce, caseina, olio per preparare i prodotti. Con la produzione di miscele pittoriche naturali la Spring Color ha recuperato quella tradizione, rendendola alla portata di tutti. Per il restauro conservativo e la bioediilzia questi prodotti sono diventati fondamentali.
“Se lavori con cementi e colori acrilici ottieni un risultato immediato che oltre a non essere consono e sano, può facilmente innescare dei processi veloci di degrado. Siamo stati testimoni di restauri realizzati in tempi recenti scoppiati in mille pezzi, solo perché non avevano sotto il supporto adatto. E anche noi ci siamo spesso trovati a dover lavorare su intonaci cementizi dove richiedevano decorazioni ad affresco che non riuscivi ad eseguire”. La scelta per Marilena e le sue colleghe restauratrici, non dava alternative, se non quella di raschiare via le coperture acriliche e tornare alla calce naturale. Se questo vale per gli edifici storici, si può sicuramente dire anche per le nostre case. “Nell’intervento di risanamento delle murature è fondamentale che anche le fasi successive di decorazione o di tinteggio siano completamente traspiranti perché l’umidità naturale della muratura possa migrare dall’interno all’esterno e viceversa. Le uniche pitture che permettono questa traspirazione sono le calci naturali non additivate e i silicati di potassio, un composto a base minerale ed anch’esso naturale. E bisogna dire che c’è una bella differenza tra una calce naturale e una pittura acrilica” prosegue Marilena “La calce viene assorbita e penetra all’interno dell’intonaco. Gli acrilici invece filmano, sono pellicole di plastica poste al di sopra dell’intonaco che non lo lasciano respirare.”
La storia la conosciamo. Dagli anni 60, con l’avvento della petrolchimica e il boom economico il cemento armato si è diffuso come il materiale costruttivo più veloce ed economico. Per quanto riguarda le finiture gli acrilici, con quei colori sgargianti e innaturali davano sicurezza. “Si aveva come l’impressione che l’acqua non potesse più entrare in casa e si pensava che il cemento bloccasse l’umidità. Ma per i monumenti storici il cemento è stato un massacro. Quello che bisognerebbe capire è che tutti gli edifici invecchiano, ma possono farlo decorosamente, con dignità. Nell’ultima Carta del Restauro del è stato scritto un protocollo di interventi per il quale tutto deve essere reversibile. Le pitture acriliche invece stendono come un velo pietoso che oltre a compromettere il benessere di chi vive dentro le case, le fanno invecchiare precocemente, generando fenomeni come umidità, muffa, licheni, freddo e insalubrità. Problemi che possiamo tranquillamente evitare, e spesso correggere, con dei prodotti completamente naturali come la calce non additivata ”.
Chi dà l’ultima mano, anche nei cantieri più moderni, però spesso si trova a dover coprire le magagne degli altri. Intonaci cementizi, che niente hanno a che vedere con i vecchi “Portland” o “pozzolana”, perché la cultura di farsi arrivare i cumuli di sabbia in cantiere è stata sostituita dai premiscelati. “Dagli anni 60 in poi si è creato un vuoto storico di maestranze che si strascica fino ai tempi nostri” lamenta Marilena” Sono gli anni del cemento puro, dove non si hanno più capocantieri che sanno usare la calce”. Un motivo che ha spinto la ditta D&D ad intervenire anche nelle fasi precedenti del cantiere con realizzazione di intonaci a base di calci naturali, malte di allettamento, intonaci di argilla o deumidificanti a base di cocciopesto.
Stefano Bernardelli della Fondazione Le Madri si occupa specificamente di colori. Se scegliessimo di definirlo artista o artigiano, gli faremmo comunque un torto, perché le due cose per lui vanno insieme. La sua specialità sono diventate le velature, realizzate con pitture a base di cera d’api e caseina. I pigmenti utilizzati derivano da ossidi, metalli, ma soprattutto da terre e vegetali. Il confronto con i prodotti convenzionali di sintesi petrolifera per lui non si possono proprio fare, significherebbe degradarli.
“La differenza si vede, anche se uso il bianco. La caseina lo rende più stabile, un bianco vivo che brilla: il riflesso delle pareti cambia a seconda della luce della giornata”.
Ma il suo lavoro principale, come studioso di pittura steineriana è quello di agire sui colori. “Il mio in fondo è un progetto di salvaguardia di uno spazio dell'anima” racconta.
“Il mondo del colore di solito rispecchia un gusto soggettivo, ma io suggerisco di caretterizzare l'ambiente secondo alcuni criteri, per aiutare a comprendere l'umore che dovrebbe essere salvaguardato in quello spazio. Si può giocare con abbinamenti di colori, contrasti armonici o colori complementari, oppure con progressioni di colore da un ambiente all’altro”.
Ma per realizzare queste finiture, ci spiega, bisogna conoscerne i tempi, che sono diversi da quelli imposti dai cantieri, dove ognuno fa il suo lavoro a cottimo in modo completamente scollegato dall’altro. “Le velature naturali richiedono tempistiche che bisogna conoscere e rispettare. Certo con la petrolchimica si farebbe prima, ma il risultato non è mai lo stesso, si perderebbe contrasti e luminosità. Ma il tempo che si impiega nel realizzare l’opera alla fine ripaga, perché le applicazioni naturali, oltre ad essere più belle, durano molto di più”.